8 Agosto, giorno 290: La fine del sogno da Belfast a Dublino (Monasterboice e Mellifont Abbey)

Non potevo andare via dall’Irlanda con una lacrima, a meno che non fosse di gioia, e quella che avevo versato a Belfast non lo era. Dopo aver lasciato la città affollata e caotica ci siamo buttati nelle stradine di campagna che tanto abbiamo amato, come se fossero oasi nel deserto o un bicchiere di acqua e limone bevuto a mezzogiorno d’estate. La prima tappa in Louth è stata Monasterboice, un antico sito monastico fondato intorno al V secolo e poi caduto in decadenza.

Questo è un altro dei tanti miracoli d’Irlanda: il concetto di rovina e abbandono diventa sinonimo di magnificenza e splendore. Guardate con i vostri occhi!

Croce celtica irlanda

 

Leggevo sulla piccola guida che ci avevano dato all’ingresso che il motivo principale dell’abbandono di questo sito fu la costruzione, intorno al 1140, dell’Abbazia di Mellifont, il primo monastero cistercense in Irlanda. Spinta dal desiderio di collegare la causa e l’effetto, cartina stradale alla mano, io e Stefano siamo andati alla ricerca di Mellifont.

L’abbiamo trovata dopo un po’, attraversando quel verde meraviglioso, per l’ultima volta. Siamo rimasti ad ammirare quel luogo spettacolare per ore. Non perché sia stato il sito archeologico più bello che avessimo visto in Irlanda, ma perché era l’ultimo e la voglia di riprendere l’autostrada per arrivare in aeroporto non c’era. Mi consolava il fatto che non ci sarebbe mai stata: il momento giusto per andare via dall’Irlanda non sarebbe mai arrivato.

mellifont irlanda

Il viaggio verso l’aeroporto di Dublino è stato veloce, forse troppo. Riconsegnata la macchina ci siamo sistemati sulle poltrone del primo piano insieme a un gruppo di ragazzi che si erano appena conosciuti. Avremmo passato lì la notte, tra una pinta di Guinness, una partita a scopa e tanti caffè. aeroporto dublino

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7 Agosto, giorno 289: Viaggio in Irlanda. Alla scoperta di Belfast

E fu così che la sera del 6 agosto ci trovammo imbottigliati nel traffico indiavolato di Belfast, proprio nell’orario in cui le luci cominciavano a calare e gli uffici a chiudere. Non è stata una sensazione piacevole. Avevo lasciato il caos ben chiuso dietro la porta dell’hotel di Dublino ed ero seriamente intenzionata a farlo restare lì dov’era, quasi dimenticandomi della sua esistenza. Allontanarsi dalla città ti fa riconquistare la tua soggettività, ti fa dialogare con te stessa, fa sì che la tua personalità si specchi nei luoghi che ti circondano, che di conseguenza diventano un’altra parte di te, una sorta di emanazione del tuo corpo. Succede in ogni viaggio, lo so. Ma in Irlanda succede meglio.

Arrivati in hotel abbiamo deciso di fare una pausa dalla città e dalla sua confusione, restando in camera a programmare la visita del giorno successivo e sorseggiando caffè bollente.

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La mattina dopo, fatta una colazione a base di cornetti confezionati che ci ha fatto subito rimpiangere quelle frittelle deliziose che nei B&B ti mettono nel piatto appena uscite dalla padella, ci siamo buttati a capofitto nella città e nella sua storia.

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Non so dirvi per quale motivo Belfast non sia riuscita a prendermi, neppure con il senno di poi. La attraversavo scattando qualche foto, guardandomi intorno, sperando ad ogni scatto di riuscire a sentire qualcosa… nulla! Andarsene da un luogo a mani vuote di emozioni è la tragedia morale di ogni viaggiatore. Stavo per rassegnarmi e abbandonare la città al suo destino quando un brivido mi ha attraversato la schiena: ero nel bacino di carenaggio in cui è stato costruito il Titanic, che fa parte di un complesso di strutture oggettivamente (e soggettivamente) molto particolari.

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Ho guardato verso l’alto lentamente, percorrendo con lo sguardo un muro che sembrava non avere fine e occhiata dopo occhiata mi sono passate davanti migliaia di vite, quelli dei naufraghi, ovviamente, e quelle di coloro che hanno dedicato il loro tempo alla costruzione del più grande disastro del Novecento. E’ stato un pensiero lungo ed elaborato, che solo quel luogo poteva evocare: mi sono accovacciata a terra e ho pianto.

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Poco più in là, l’imponente Titanic experience, con la sua bellezza viva, sembrava strizzare l’occhio alla tragedia, sublimandola. Ho deciso di non entrare, mi è sembrato giusto concludere il mio dialogo immaginario con il Titanic e con Belfast dove mi sono cadute le lacrime.

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6 Agosto, giorno 288: Viaggio in Irlanda, da Ballycastle a Belfast

Sta per arrivare il momento in cui io e l’Irlanda che più amo (quella dei paesini di poche anime, delle tradizioni, del verde immenso) dovremmo dirci arrivederci. La giornata prevede il ritorno alla grande città e al suo caos: Belfast prima e Dublino il giorno successivo.

Fatto il pieno di calorie goduriose con l’ultima Full Irish Breakfast preparata in casa da una gentilissima signora (mi ha insegnato a preparare il caffè lungo più buono che abbia mai assaggiato) con tanto di cane isterico e pronto all’attacco, ci siamo diretti verso Fair Head, il capo fatato di nome e di fatto, con una magnifica vista sulla Scozia.

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Fair Head è uno di quei luoghi che, secondo me, conservano immutato il senso più profondo del viaggio in Irlanda: per raggiungerlo bisogna lasciare l’automobile nel paesino e poi proseguire a piedi lungo un sentiero non tracciato, tra due laghi, passeggiando tra pecore e mucche. Ecco, il punto è proprio questo; sei costretto a orientarti seguendo il profumo del mare e qualche impronta lasciata dai viaggiatori che si sono goduti il passaggio prima di te, osservato dagli occhi curiosi degli animali che sono abituati alla presenza docile e rispettosa dell’uomo. Due ore di cammino. Due ore di silenzio. La bellezza di quel luogo urlava a squarciagola, nessuno di noi aveva intenzione di disturbarla.

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Tornati alla macchina, ci siamo trovati nella situazione più frequente in Irlanda: imbottigliati nel traffico di un gregge di pecore. Il pastore alla guida ci chiese se andavamo di fretta, “nessuna fretta” risposi io: perché non abbracciare il concetto di tempo degli Irlandesi (che poi, non è tanto diverso da quello dei napoletani) e non vivermi quella scena straordinaria?

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Percorrendo la strada costiera che da Ballycastle porta a Belfast, ci siamo trovati ad attraversare sentieri affacciati sul mare e piccoli paesi di straordinaria poesia, assaporando e gustando tutto il sapore dell’Irlanda più vera, quel sapore che ti rende sempre affamata, quello che, ora lo so, non ti sazierà mai.

Siamo arrivati al Castello di Carrickfergus nel tardo pomeriggio. Le soste impreviste lungo il tragitto sono state tante, troppe, mai abbastanza. Il cielo era diventato scuro all’improvviso, buttando giù secchiate d’acqua gelida: avevo l’animo cupo in quel momento, il viaggio stava per finire e io non ero ancora pronta a ritornare a casa.

5 Agosto, giorno 287: Causeway Costal Route (The Dark Edge, Distilleria Bushmills, White Rocks)

I viaggi itineranti hanno un fascino indiscusso e indiscutibile, bisogna ammetterlo. Dopo i 40 giorni del viaggio a Caponord, le settimane post-esami passate in giro per l’Italia e allo scoccare della seconda settimana di strade d’Irlanda, credo di aver trovato la dimensione di viaggio perfetta per me e per la mia fame di scoprire, osservare, fotografare. Ma i viaggi on the road non sono rilassanti, non lo sono per nulla, e diciamo anche questo. Perciò, a meno di una settimana dal ritorno nella Napoli infuocata dall’estate, abbiamo deciso di concederci tempo… Ebbene sì, tempo! cioè l’unica cosa che sembra sfuggirmi di mano quando viaggio come piace a me.

Abbiamo cominciato con una colazione lenta lenta nella sala da pranzo dei meravigliosi Browns: lei che friggeva in cucina e lui, che serviva ai tavoli, faceva passare il tempo dicendo agli ospiti: “Coffee will be ready in two Irish minutes, five normal minutes!” E io, impertinente: “two Irish minutes are sixty neapolitan minutes”… Applausi e risa si levarono da ogni tavolo, imbarazzata e in silenzio mi sedetti a finire il soda bread caldo appena uscito dalla padella.

Prima tappa del giorno: The Dark Edge, la foresta resa famosa dalla serie tv “Il trono di spade”, che io non ho mai visto ma di cui il mio fidanzato è un grande estimatore. In realtà, più che una foresta, è una stradina di campagna a cui si arriva con neppure troppa facilità (nel senso che non è segnata sulle mappe, né tantomeno era stata trovata dal navigatore) circondata da alberi che, complice il vento del Nord, si sono intrecciati a formare una poesia per gli occhi!

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Proprio alle spalle di quel meraviglioso tunnel verde c’era un campo di grano ancora da mietere, di libero accesso, senza sorveglianza. Un’occasione imperdibile per farmi circondare da quella bellezza, da quel profumo, da quella libertà…

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Il classico tempo irlandese non si è smentito neppure quella volta. All’improvviso scrosci d’acqua ci hanno illuminato il cammino: sì perché in Irlanda, come in Norvegia, la pioggia non rende tutto cupo ma esalta quello che tocca… i profumi, i colori, i suoni… ogni cosa è ingigantita, ogni cosa sembra abbracciarti, renderti parte di quel momento di pura magia. Questo pensiero ci ha portato dritti dritti alla vecchia distilleria Bushmills, che dal 1608 produce il whiskey più famoso e bevuto d’Irlanda. La visita alla fabbrica è un’esperienza da non perdere, anche se accompagnati da una guida che comunica solo in inglese: abbiate fiducia nella capacità tutta italiana di capire tre o quattro parole, collegarle alle immagini e ricavarne il senso di tutto il discorso. E poi sarete letteralmente investiti da un profumo di malto buonissimo! meno buono il momento dell’assaggio di whiskey a fine visita, soprattutto per me che non sono la migliore amica dei super alcolici. bush

Entrati nella distilleria con il diluvio, ne siamo usciti con il cielo sereno. Ne abbiamo approfittato per aggiungere un’altra tappa e terminare la giornata cenando sulla spiaggia di White Rocks, una distesa di sabbia bianca e sottile, inframmezzata da rocce nere di lava rappresa: uno scenario incantato, soprattutto perché da lì si gode una vista mozzafiato di tutta la Causeway Costal Route, con il castello di Dunluce e l’anfiteatro naturale della Giant’s Causeway. Il modo migliore per salutare il sole che calava piano piano nel mare gelido.

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4 Agosto: Dunluce Castle, Giant’s Causeway, Carrick-a-Rede

C’è un equilibrio tacito tra la facoltà di comunicazione delle parole e delle foto in questo spazio. Spesso viaggiano mantenendosi (etimologicamente, tenendosi per mano), a volte si scoprono indipendenti. Come in questo viaggio: ho avuto la sensazione che aggiungere parole alle foto fosse ridondante, mi è sembrato che volessero esprimersi da sole, senza nessun aiuto. E a quanto pare ci sono riuscite. Questo giorno fa eccezione, perché c’è un paio di cose che vorrei spiegarvi.

Siamo arrivati in Irlanda del Nord, nella contea di Antrim, dopo due settimane di strade strette e straordinarie, puntellate di siepi colorate e innaffiate di pioggia benevola. Ci siamo arrivati con gli occhi gonfi di stupore, non immaginando quali meraviglie la Giant’s Costal Route ci avrebbe riservato. La prima tappa della giornata è stato il Dunluce Castle, un maniero arrampicato su una delle coste più belle del mondo, come una porta spalancata sul mare e sul Selciato del Gigante. Già, il selciato… la nostra seconda tappa, la testimonianza diretta e straordinaria dell’intelligenza intrinseca nell’organizzazione della natura (un lago di lava primordiale che si è raffreddato continuando a produrre bolle, che a mano a mano si sono condensate assumendo la forma di esagoni regolari, per risparmiare spazio condividendo le pareti -provate a unire le bolle di sapone, il risultato vi farà sgranare gli occhi-) o se preferite, la prova dell’esistenza di Finn, il gigante che costruì il selciato per raggiungere il suo rivale scozzese, Benandonner. Leggenda narra che Finn, vista l’enorme stazza del suo nemico, spinse la moglie a coprirlo con un drappo, per fingere di essere un bambino. Al suo arrivo, Benandonner, caduto nel tranello, colpito dall’enorme mole del finto bambino e temendo che il padre dovesse essere di proporzioni spaventose, fuggì via distruggendo il selciato.

Ecco, lì, un po’ stordita dalla bellezza del luogo (ma non voglio giustificarmi) mi sono resa conto della mia vergognosa mancanza di equilibrio… ecco perché vedrete Stefano con i miei averi addosso: ho cominciato a oscillare pericolosamente su quelle rocce, temendo per la vita della mia reflex e delle mie pecunie, evitando, con tutte le mie forze, di ricordarmi ha ho praticato ginnastica artistica per un decennio. Ma quella disperazione era solo l’inizio… nel pomeriggio mi sono trovata di fronte a un’altra, sconcertante constatazione: IO SOFFRO DI VERTIGINI! Cosa che più o meno sapevo, ma mai avrei potuto pensare di far scattare addirittura l’istinto di sopravvivenza! Ora vi spiego: l’ultima tappa era il Carrick-a-Rede, un ponte di corda sospeso tra la terraferma e uno scoglio, issato dai pescatori per intercettare i salmoni in risalita in alcuni periodi dell’anno. Sapevo che non sarebbe stata un’esperienza straordinaria per me che non sono esattamente una fan delle altezze smisurate ma di certo non mi aspettavo di bloccarmi sulla scaletta che portava al ponte, di girarmi verso Stefano, impietrita e terrorizzata gridando “Io non vado, piuttosto muoio” e di vedere una fila senza fine di gente che non sarebbe mai potuta tornare indietro per un mio ripensamento. Così mi sono rigirata, respirando profondamente e a occhi semi-chiusi ho attraversato il ponte. Sono arrivata sullo scoglio pregando per la mia vita, scatenando una paura istintuale che non sapevo di poter provare. Ma la bellezza di quel posto mi ha praticamente sedato: mi sono stesa sull’erba inebriandomi di quell’odore di mare, ho trovato una sterlina malandata che ora è il mio portafortuna e mi sono lasciata attraversare da una luce dolce, ovattata, che avvolgeva quel luogo con una mano carezzevole. Fotor0107191323