Blackout

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L’elettricità mi ha riempito la vita… E un po’ me l’ha soffocata.
Oggi è stata assente ingiustificata: niente tv, niente internet, niente computer!
Ho respirato libertà e gioia a pieni polmoni… Un libro di Tabucchi tra le mani, il profumo dei fiori d’arancio nei capelli, il sussurro del sole sul viso…

A patria mia sì tu

“Stiamo in Italia, dice babbo, ma non siamo italiani. Per parlare la lingua la dobbiamo studiare, è come all’estero, come in America, ma senza andarsene. Molti di noi non lo parleranno mai l’italiano, e moriranno in napoletano. E’ una lingua difficile, dice, ma tu l’imparerai e sarai italiano. Io e mamma tua no, noi non pu, nun po, nuie nun putimmo”. Vuole dire “non possiamo” ma non gli esce il verbo. Glielo dico, “non possiamo”, bravo, dice, bravo, tu conosci la lingua nazionale. Sì, la conosco e di nascosto la scrivo pure e mi sento un poco traditore del napoletano e allora in testa mi recito il suo verbo potere: i’ pozzo, tu puozze, isso po’, nuie putimmo, vuie putite, lloro ponno. Mamma non è d’accordo con babbo, lei dice: “Nuie simmo napulitane e basta”. Ll’Italia mia, dice con due elle di articolo, ll’Italia mia sta in America, addò ce vive meza famiglia mia. ” ‘A patria è chella ca te dà a magnà'”, dice e conclude. Babbo per scherzare le risponde: “Allora ‘a patria mia sì’ tu”.

Erri de Luca, Montedidio

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Audacia pro muro habetur

“Dovete far diventare il latino la vostra quarta lingua” (dopo italiano, napoletano e inglese)… Il monito della mia professoressa mi è sembrato una campana a morte ma siccome ne va della mia vita presente e futura (vedi “avere in mano il pezzo di carta”) tanto vale abbracciare la croce e imparare ad amare la tremenda favella… E così dopo mesi e mesi di sfracellamento di palle tra casi e declinazioni, ho visto giusto un poco di luce: il discorso di Catilina ai congiurati by Sallustio… Sarà che il latino e il freddo mi hanno congelato le sinapsi, ma io lo trovo bellissimo!!!

«Compertum ego habeo, milites, verba virtutem non addere, neque ex ignavo strenuum, neque fortem ex timido exercitum oratione imperatoris fieri. Quanta cuiusque animo audacia natura aut moribus inest, tanta in bello patere solet. Quem neque gloria neque pericula excitant, nequiquam hortere; timor animi auribus officit.  Sed ego vos quo pauca monerem advocavi, simul uti causam mei consili aperirem. Scitis equidem, milites, socordia atque ignavia Lentuli quantam ipsi nobisque cladem attulerit, quoque modo, dum ex urbe praesidia opperior, in Galliam proficici nequiverim. Nunc vero quo loco res nostrae sint iuxta mecum omnes intellegitis.  Exercitus hostium duo, unus ab urbe, alter a Gallia obstant. Diutius in his locis esse, si maxume animus erat, frumenti atque aliarum rerum egestas prohibet. Quocumque ire placet, ferro iter aperiundum est. Quapropter vos moneo uti forti atque parato animo sitis et, cum proelio inibitis, memineritis vos divitias, decus, gloriam, praeterea libertatem atque patriam in dextris vostris portare. Si vincimus, omnia nobis tuta erunt; commeatus abunde, municipia atque coloniae petebunt. Si metu cesserimus, eadem illa advorsa fient, neque locus neque amicus quisquam teget quem arma non texerint. Praeterea, milites, non nobis et illis necessitudo impendet: nos pro patria, pro libertate, pro vita certamus; illis supervacaneum est pugnare pro potentia paucorum. Quo audacius adgredimini, memores pristinae virtutis. Licuit vobis cum summa turpitudine in exilio aetatem agere; potuisti nonnulli Romae, amissis bonis, alienas opes expectare. Quia illa foeda atque intoleranda viris videbantur, haec sequi decrevisti. Si haec relinquere voltis, audacia opus est; nemo nisi victor pace bellum mutavit. Nam in fuga salutem sperare, cum arma quibus corpus tegitur ab hostibus avorteris, ea vero dementia est. Semper in proelio eis maxumum est periculum qui maxume timent; audacia pro muro habetur. Cum vos considero, milites, et cum facta vostra aestumo, magna me spes victoriae tenet.  Animus, aetas, virtus vostra me hortantur, praeterea necessitudo, quae etiam timidos fotis facit. Nam multitudo hostium ne circumvenire queat prohibent angustiae loci. Quod si virtuti vostrae fortuna inviderit, cavete inulti animam amittatis, neu capti potius sicuti pecora trucidemini quam virorum more pugnantes cruentam atque luctuosam victoriam hostibus relinquatis».

Elogio dei piedi

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Erri de Luca

P.s. A me fanno senso però quest’uomo è stato capace di farmi dimenticare per un attimo la mia stupida fobia.