5 Agosto, giorno 287: Causeway Costal Route (The Dark Edge, Distilleria Bushmills, White Rocks)

I viaggi itineranti hanno un fascino indiscusso e indiscutibile, bisogna ammetterlo. Dopo i 40 giorni del viaggio a Caponord, le settimane post-esami passate in giro per l’Italia e allo scoccare della seconda settimana di strade d’Irlanda, credo di aver trovato la dimensione di viaggio perfetta per me e per la mia fame di scoprire, osservare, fotografare. Ma i viaggi on the road non sono rilassanti, non lo sono per nulla, e diciamo anche questo. Perciò, a meno di una settimana dal ritorno nella Napoli infuocata dall’estate, abbiamo deciso di concederci tempo… Ebbene sì, tempo! cioè l’unica cosa che sembra sfuggirmi di mano quando viaggio come piace a me.

Abbiamo cominciato con una colazione lenta lenta nella sala da pranzo dei meravigliosi Browns: lei che friggeva in cucina e lui, che serviva ai tavoli, faceva passare il tempo dicendo agli ospiti: “Coffee will be ready in two Irish minutes, five normal minutes!” E io, impertinente: “two Irish minutes are sixty neapolitan minutes”… Applausi e risa si levarono da ogni tavolo, imbarazzata e in silenzio mi sedetti a finire il soda bread caldo appena uscito dalla padella.

Prima tappa del giorno: The Dark Edge, la foresta resa famosa dalla serie tv “Il trono di spade”, che io non ho mai visto ma di cui il mio fidanzato è un grande estimatore. In realtà, più che una foresta, è una stradina di campagna a cui si arriva con neppure troppa facilità (nel senso che non è segnata sulle mappe, né tantomeno era stata trovata dal navigatore) circondata da alberi che, complice il vento del Nord, si sono intrecciati a formare una poesia per gli occhi!

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Proprio alle spalle di quel meraviglioso tunnel verde c’era un campo di grano ancora da mietere, di libero accesso, senza sorveglianza. Un’occasione imperdibile per farmi circondare da quella bellezza, da quel profumo, da quella libertà…

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Il classico tempo irlandese non si è smentito neppure quella volta. All’improvviso scrosci d’acqua ci hanno illuminato il cammino: sì perché in Irlanda, come in Norvegia, la pioggia non rende tutto cupo ma esalta quello che tocca… i profumi, i colori, i suoni… ogni cosa è ingigantita, ogni cosa sembra abbracciarti, renderti parte di quel momento di pura magia. Questo pensiero ci ha portato dritti dritti alla vecchia distilleria Bushmills, che dal 1608 produce il whiskey più famoso e bevuto d’Irlanda. La visita alla fabbrica è un’esperienza da non perdere, anche se accompagnati da una guida che comunica solo in inglese: abbiate fiducia nella capacità tutta italiana di capire tre o quattro parole, collegarle alle immagini e ricavarne il senso di tutto il discorso. E poi sarete letteralmente investiti da un profumo di malto buonissimo! meno buono il momento dell’assaggio di whiskey a fine visita, soprattutto per me che non sono la migliore amica dei super alcolici. bush

Entrati nella distilleria con il diluvio, ne siamo usciti con il cielo sereno. Ne abbiamo approfittato per aggiungere un’altra tappa e terminare la giornata cenando sulla spiaggia di White Rocks, una distesa di sabbia bianca e sottile, inframmezzata da rocce nere di lava rappresa: uno scenario incantato, soprattutto perché da lì si gode una vista mozzafiato di tutta la Causeway Costal Route, con il castello di Dunluce e l’anfiteatro naturale della Giant’s Causeway. Il modo migliore per salutare il sole che calava piano piano nel mare gelido.

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4 Agosto: Dunluce Castle, Giant’s Causeway, Carrick-a-Rede

C’è un equilibrio tacito tra la facoltà di comunicazione delle parole e delle foto in questo spazio. Spesso viaggiano mantenendosi (etimologicamente, tenendosi per mano), a volte si scoprono indipendenti. Come in questo viaggio: ho avuto la sensazione che aggiungere parole alle foto fosse ridondante, mi è sembrato che volessero esprimersi da sole, senza nessun aiuto. E a quanto pare ci sono riuscite. Questo giorno fa eccezione, perché c’è un paio di cose che vorrei spiegarvi.

Siamo arrivati in Irlanda del Nord, nella contea di Antrim, dopo due settimane di strade strette e straordinarie, puntellate di siepi colorate e innaffiate di pioggia benevola. Ci siamo arrivati con gli occhi gonfi di stupore, non immaginando quali meraviglie la Giant’s Costal Route ci avrebbe riservato. La prima tappa della giornata è stato il Dunluce Castle, un maniero arrampicato su una delle coste più belle del mondo, come una porta spalancata sul mare e sul Selciato del Gigante. Già, il selciato… la nostra seconda tappa, la testimonianza diretta e straordinaria dell’intelligenza intrinseca nell’organizzazione della natura (un lago di lava primordiale che si è raffreddato continuando a produrre bolle, che a mano a mano si sono condensate assumendo la forma di esagoni regolari, per risparmiare spazio condividendo le pareti -provate a unire le bolle di sapone, il risultato vi farà sgranare gli occhi-) o se preferite, la prova dell’esistenza di Finn, il gigante che costruì il selciato per raggiungere il suo rivale scozzese, Benandonner. Leggenda narra che Finn, vista l’enorme stazza del suo nemico, spinse la moglie a coprirlo con un drappo, per fingere di essere un bambino. Al suo arrivo, Benandonner, caduto nel tranello, colpito dall’enorme mole del finto bambino e temendo che il padre dovesse essere di proporzioni spaventose, fuggì via distruggendo il selciato.

Ecco, lì, un po’ stordita dalla bellezza del luogo (ma non voglio giustificarmi) mi sono resa conto della mia vergognosa mancanza di equilibrio… ecco perché vedrete Stefano con i miei averi addosso: ho cominciato a oscillare pericolosamente su quelle rocce, temendo per la vita della mia reflex e delle mie pecunie, evitando, con tutte le mie forze, di ricordarmi ha ho praticato ginnastica artistica per un decennio. Ma quella disperazione era solo l’inizio… nel pomeriggio mi sono trovata di fronte a un’altra, sconcertante constatazione: IO SOFFRO DI VERTIGINI! Cosa che più o meno sapevo, ma mai avrei potuto pensare di far scattare addirittura l’istinto di sopravvivenza! Ora vi spiego: l’ultima tappa era il Carrick-a-Rede, un ponte di corda sospeso tra la terraferma e uno scoglio, issato dai pescatori per intercettare i salmoni in risalita in alcuni periodi dell’anno. Sapevo che non sarebbe stata un’esperienza straordinaria per me che non sono esattamente una fan delle altezze smisurate ma di certo non mi aspettavo di bloccarmi sulla scaletta che portava al ponte, di girarmi verso Stefano, impietrita e terrorizzata gridando “Io non vado, piuttosto muoio” e di vedere una fila senza fine di gente che non sarebbe mai potuta tornare indietro per un mio ripensamento. Così mi sono rigirata, respirando profondamente e a occhi semi-chiusi ho attraversato il ponte. Sono arrivata sullo scoglio pregando per la mia vita, scatenando una paura istintuale che non sapevo di poter provare. Ma la bellezza di quel posto mi ha praticamente sedato: mi sono stesa sull’erba inebriandomi di quell’odore di mare, ho trovato una sterlina malandata che ora è il mio portafortuna e mi sono lasciata attraversare da una luce dolce, ovattata, che avvolgeva quel luogo con una mano carezzevole. Fotor0107191323