La data era stata decisa da tempo: 16 luglio 2012, giorno del mio finto onomastico e di quello (vero) di nonno. Stefano e io abbiamo parlato del Grande Viaggio per anni, quattro anni, da quando un viaggio con un altro sapore l’aveva portato da me. Ci è sempre piaciuto organizzare una partenza ma il Grande Viaggio ha avuto fin dall’inizio un posto speciale nei nostri discorsi; era una meta che aveva un gusto dolce e lontano, forse anche troppo. Andare a Caponord in moto era una di quelle cose che avevamo inserito in una lunga lista di cose da fare ma senza credere che in un lustro saremmo riusciti a spuntarne la casella.
Un giorno mentre parlavamo al telefono a Stefano si illuminò un’idea spettacolare: “Facciamo le Olimpiadi, ogni quattro anni partiamo per un viaggio epocale”… ma l’idea di Caponord era ancora nella sezione “sogni poco realizzabili”. Io volevo andare a Copenaghen in moto, l’avevo sempre immaginato così il mio primo vero viaggio sulle due ruote della nostra (ormai lo posso dire, ja!) Fazer. E’ cominciato tutto così, un pomeriggio piovoso di due anni fa. Ci mettemmo al pc a controllare tappe e chilometri e a mano a mano che la freccetta del mouse andava verso nord io cominciavo a sentire una piccola inquietudine, quella che solo le cose meravigliosamente grandi ti fanno provare. Arrivati a Copenaghen, ci sembrava di fare una scortesia alla moto nel non attraversare l’Oresund, il ponte sospeso tra Danimarca e Svezia. Ok, arriviamo in Svezia ma Oslo è a qualche centinaio di chilometri… forse vale la pena farci un salto. Dopo aver segnato anche Oslo tra le tappe del viaggio, Stefano batte le mani guardando in cielo, poi rivolto a me “arriviamo a Caponord, ti va?”. Quella che era una piccola inquietudine diventava una grande paura: sarò in grado? il mio coccige resisterà? capiranno il napoletano in Norvegia? il phon ci andrà in valigia? chi lo dice a papà? sciocchezze? sciocchezze! “Sì mi va!”. Abbracci e baci alle paure, ora c’era da organizzare il nostro grande, grandissimo Viaggio! Di disegni e progetti di strada ne abbiamo fatti tanti, sembravamo due ingegneri alla faccia della mia laurea in lettere e della sua in legge. Alla fine il percorso migliore ci sembrò questo: partenza da Avellino con prima sosta in Italia, due giorni tedeschi, due danesi e poi dritti in Norvegia, fino a Caponord, il nostro giro di boa. Finlandia, Repubbliche baltiche, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacca, Ungheria, Croazia e Slovenia avrebbero completato un quadro che sembrava meraviglioso già alle prime pennellate. Due anni sono passati in un soffio tra lavori saltuari per racimolare un (bel) po’ di soldi, ricerca di sponsor che investissero nella nostra idea e soprattutto opere di sfiancamento per convincere la mia famiglia ad approvare il progetto, firmarlo e magari chiuderlo con la cera lacca. Inutile dire che pochi giorni prima dell’ormai leggendario 16 luglio i bookmakers mi davano per rinunciataria e mamma e papà erano davvero convinti che io non sarei partita. E invece la storia è andata diversamente. Due giorni prima della partenza ho salutato col fazzoletto bianco svolazzante la mia famiglia e mi sono spostata con il doppio del mio peso corporeo in valigie ad Avellino, anche perché Stefano aveva calcolato che per preparare la moto ci sarebbero volute ore e ore di carico e scarico bagagli, per trovare l’equilibrio perfetto, per far entrare il phon, per lasciare un po’ di spazio per le cose che avrebbero dilapidato le pecunie del mio portafogli e per convincermi che la mia idea di valigia era assolutamente da rivedere. Alla fine anni di Tetris hanno dato i loro frutti e la mia valigia, manco a dirlo, è rimasta per 3/4 a casa! La moto era pronta, noi eravamo relativamente nervosi e mamma mi aveva già chiamato cento volte: tutto perfetto, dovevamo solo partire!

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