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Domenica mi svegliai presto. Guardavo un documentario sulla Cina, la mia tazza con il caffellatte caldo in una mano, l’altra mano impegnata sulla testa di Vittorio; aspettavo il GP della Malesia… Sulla griglia di partenza faceva caldo, un caldo umido di quelli che si attaccano sulla pelle. Livio Suppo aveva appena detto di aver smesso di fumare e con il suo vocione parlava di Sic… Io pensavo “Livio ma caspita! Si chiama Sic, con la c di ciliegia non con la c di casa!” E poi eccolo Sic, con un asciugamano giallo in testa “Ma che fa -dissi ridendo- ha paura che con quell’umidità gli si gonfino i capelli? (battuta infelice, lo so, ma ero sola col mio gatto che a quanto ne so, non mi ha mai giudicato!). Con l’indice fece vedere a tutti il link del suo sito internet, appena aperto, e con gli occhi cercò Kate. Lei lo guardò, non gli sorrise… E io pensai “Ma dai Kate, almeno un sorrisino faglielo! Se solo ti vuoi fare una risata per come si è conciato!”. Cos’è successo, dopo che i semafori si sono spenti, è cronaca. Io non voglio parlarne. In momenti così le parole sembrano perdere consistenza, sfumare in un indefinito, senza più senso, senza più funzione. E di parole svuotate in questi giorni ne ho sentite e lette troppe. Io non voglio parlare di angeli, di dolore, di cuori che piangono insieme. Io non voglio lanciare lettere in aria ma parlarti solo con qualche pensiero, stupido e bagnato. Ovunque tu sia, spero che qualche volta tu possa camminare con l’asciugamano giallo poggiato in testa.

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